Il prof bicromatico

Pensieri sfusi di una mente confusa

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January 2012

Strade

Tutte le mattine, da diversi anni, percorro la strada che mi conduce
al quotidiano vivere quando ancora il traffico e' lontano, la citta'
e' silenziosa ed il giorno e' un'idea. Un lungo viale scortato da
alberi, neri d'inverno, gialli d'autunno, descrive la fine del
tragitto, una sequenza rettlinea che in questo periodo ha il sole
contro. E mentre la macchina avanza nel grigio asfalto, aggrappata
alla legge di gravita', io percorro un altro viale: i rami ritagliano
dal cielo sovrastante una strada invertita, un blu macchiato di rosa
ed arancio, a volte le nuvole a darne spessore, il resto lo fa la
mente. Ed e' in giorni come questi che il divario tra la strada reale
su cui la macchina insiste e la strada immaginata che accoglie
rovesciata la mia testa si fa ampio. Nonostante il rettilineo, mi
perdo.

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Classe

La sogno spesso, la classe degli studenti che non ho piu'. Si trova al
primo piano, davanti al grande albero che d'inverno ritaglia il cielo
in mille rivi neri. Nel sogno la luce entra sempre dallo stesso
angolo, la lavagna e' pulita, c'e' il silenzio dovuto ai ricordi.

C'e' S. che ho perso in una seconda professionale, chiedeva libri da
leggere, purche' non parlassero di matematica. L'ho riempito fino al
giorno in cui lo hanno spezzato ed e' tornato in Ucraina e mi ha
restituito i libri, senza che dicessi no, tienili tu. Non li ho mai
piu' aperti, quei libri, ma nel mio sogno e' in terzo banco dal fondo
e li legge di nuovo, S. Poi c'e' A., lo riesco a vedere in seconda
fila mentre incide le iniziali sul banco con il suo coltellino blu,
nel sogno mi chiede una penna per scrivere una storia, come quella
mattina di mille pioggie fa, prima che lo portassero via, di nuovo.
C'e' M., guarda sempre fuori dalla finestra e fa finta di non sentire
la mia lezione, silenziosa. Pero' sorride ogni tanto; nel sogno mi ha
perdonato, forse unico. C'e' N. che una volta ha preso dieci e non ci
credeva e lo ha voluto fotografare e quando gli ho detto che quello
era solo il primo, mi ha guardato in quel modo strano. Lui lo sapeva,
io no, che sarebbe finito in questa classe immaginaria. C'e' F. che ce
l'ha ancora con me, non mi parla nemmeno in sogno, sento il suo furore
nei silenzi che ora, come allora, mi regala. Provo a parlare,
dimenticando che in questa classe nessuno lo fa, nemmeno l'insegnante.
Allora li guardo, uno ad uno, ed attendo.

Quando suona la campanella sono ancora li, insieme a tanti altri volti
rimasti immutati. Nella vita reale chissa' dove sono, gli studenti che
non ho piu'. Nel sogno esco dall'aula sapendo che li ritrovero' tutti
qui, domani, ad aspettarmi. Un ultimo movimento della testa per avere
conferma; la lavagna e' ancora vuota.

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Consigli

Alcune semplici regole per un'interrogazione perfetta di Matematica

1. Spengete il cellulare prima di iniziare.
2. Togliete le cuffie dell'iPod dalle orecchie, o almeno abbassate il
volume. Ho detto di abbassare. Ma mi senti?
3. Evitate di salutare la classe andando alla lavagna come se fosse
l'ultima volta che vi vedranno. Magari e' vero, ma non si puo' sapere.
4. Non piangete, o fatelo di nascosto.
5. Ridete pure, se vi fa piacere. Tanto non sarete gli ultimi a farlo.
6. Cercate di scrivere sulla lavagna, possibilmente da sinistra verso
destra e dall'alto verso il basso. Evitate di usare il dito al posto
del gesso. E viceversa.
7. Di norma non usate emoticon sulla lavagna.
8. Quando cercate aiuto dai vostri compagni, evitate l'uso di
segnalatori luminosi e/o acustici, bandierine di segnalazione, walky
talkie, barattoli di latta collegati da spago incerato.
9. Non rispondete ad una domanda con la bocca piena. Finite di
masticare il panino e dopo rispondete.
10. Non vi pulite le mani (dall'unto del panino del punto 9) sulla
lavagna o sull'insegnante.
11. Non desiderate la domanda d'altri.
12. Evitate di usare l'alfabeto farfallino, a meno che non sia
l'insegnante ad usarlo per primo.
13. Di norma non conviene tenere armi in vista.
14. Appellarsi alla corte internazionale dell'Aia non sempre aiuta.
15. Aiutarsi alla corte internazionale dell'Appia invece si.
16. Se avete saltato il punto 1. e vi suona il cellulare nel mezzo di
una domanda, fate finta che non sia vostro e guardate un compagno a
caso (non sempre lo stesso) con aria di disapprovazione, scuotendo la
testa e sorridendo all'insegnante come per dire "sto cretino, lo
scusi". Nel frattempo cercate di eseguire un tardivo punto 1 senza
essere notati.
17. La dimostrazione "lo ha detto Chuck Norris" non vale in matematica.
18. Se il professore vi sta trollando, voi sfoderate la miglior poker
face di cui siete capaci.
19. La dimostrazione "lo ha detto lei" e' di solito apprezzata, ma
comunque non vale.
20. La dimostrazione "se hanno dato un nome a sto teorema, sicuramente
e' vero, non crede?" e' interessante, ma non vale.
21. Se non sapete la risposta, provate a riformulare la domanda
all'insegnante aggiungendo enfasi e punti interrogativi. Tipo:
"Parlami del teorema di Cauchy" .. "Le parlo del teorema di Cauchy?"
.. "Si, il teorema di Cauchy!" .. "Il teorema di Cauchy?" .. "SI!!" ..
"Si?" .. dopo un po' l'insegnante cambia domanda, di norma.
22. Ogni tanto guardate fuori dalla finestra con aria spaventata; non
sempre funziona, ma se l'insegnante si volta a guardare per
controllare, avete circa 3-4 secondi di tempo tutti per voi. Usateli
bene.
23. Evitate il punto 21. se l'aula e' sprovvista di finestre.
24. Se proprio dovete usare dei bigliettini, evitate di metterli in
posti troppo visibili. Tipo "Prof, scusi, mi regge questo cartello
mentre rispondo?"
25. Antitetica al punto 24, evitate posti troppo nascosti che vi
richiedano manovre azzardate per consultare i bieglietti. Per esempio
spogliarsi durante l'interrogazione per recuperare un bigliettino
inserito sotto la biancheria intima non e' considerato un buon inizio
di interrogazione.
26. Studiate prima dell'interrogazione. Se proprio non ci riuscite,
studiate dopo. Come ultima alternativa, studiate durante.

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Nebbia

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C'è, tra me e il mondo, una nebbia che impedisce che io veda le cose
come veramente sono – come sono per gli altri.

Fernando Pessoa.