Il prof bicromatico

Pensieri sfusi di una mente confusa

Mestieri

Lista inutile (come tutte le liste) dei mestieri che avrei voluto fare.


Calzino spaiato.

Collaudatore di insulti, passivo.

Metronotte, per misurare il buio a grandi passi.

Albero, in assenza di cani pero'.

Scaffale di libreria, possibilmente in alto in modo da accumulare
polvere e sorprese; "Ecco dov'era, cercavo questo libro da anni. Coff
coff.".

Fermacarte da asporto.

Orologio fermo, per avere una precisione assoluta almeno due volte al giorno.

Trascrittore di dialoghi tra soffitti. "Ti ricordi quella volta?"

Insegnante di Matematica (vero, mica facendo finta come ora).

Gioiello da nostalgia, tipo l'anello mancante.

Trasportatore di cibo non finito ai bambini del Biafra (era una cosa
che mi faceva impazzire quando mia madre mi diceva "finisci la tua
carne, pensa ai bambini del Biafra" ed io provavo a pensarci, senza
sapere minimamente dove fosse il Biafra, e mi immaginavo questi
bambini del Biafra che mi guardavano scuotendo la testa perche' non
avevo finito la carne ed ogni tanto mi veniva anche volgia di chiedere
a mia madre se non fosse possibile spedire in Biafra tutta la carne
che non finivo, cosi' ero felice io ed erano felici pure i bambini del
Biafra ed invece finendola io non ero felice, ma neppure loro che
rimanevano senza comunque).

Meridiana da notte, tanto quando dormi che ti frega dell'ora?

Obliteratrice. Non tanto per il lavoro in se che, francamente, deve
essere ben noioso, ma per il nome; due su tre non riescono nemmeno a
pronunciarlo.

Ancora con accento sbagliato, tu la butti in mare e lei ti ferma piu'
e piu' volte.

Raccolta indifferente, non indifferenziata. "Lo butto qui?" .. "Bah,
fa un po' come vuoi"

Raddoppiatore di lettere. Per esempio, quando sei a corto di idee
arrivo io e zac, ti aggiungo una c e diventi accorto di idee.

Ombra di un oggetto in ombra, che non puoi veramente dire che non ci
sia, anche se sei sicuro che non c'e'.

P.S.
Mi dicono che il Biafra non esiste piu' da tempo. Ed ora mi sento in
colpa, se solo non avessi mangiato tutta quella carne da bambino.

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Scolapasta

L'ho visto per caso mentre camminavo distratto. O forse era il
viceversa, l'ho visto distrattamente mentre camminavo per caso. Non ha
molta importanza quando stai parlando di un ragazzo con uno scolapasta
in testa. Se ne stava li, fermo alla fermata dell'autobus, che ha
anche un suo senso. Il rosso della plastica mangiava un po' del grigio
del mattino, un bel rosso carico, da stoviglia comprata alla Upim. Era
uno scolapasta di quelli vecchia maniera, con il manico lungo che
sporgeva di lato, i piedini in aria di un mondo sottosopra, indossato
con serenita', come se fosse del tutto normale, un cappello a fori
senza acqua bollente. Non so bene cosa pensasse, quale fosse lo scopo,
se ce ne fosse uno, se quello scolapasta in testa, alla fermata
dell'autobus, avesse un valore simbolico, un grido di protesta verso
qualcosa o qualcuno o se facesse semplicemente freddo ed un copricapo,
in fondo, vale l'altro. L'ho rivisto spesso, dopo quella prima mattina
in cui il freddo faceva da vestito a tutto, ed ogni volta mi fermo
colto da una improvvisa sensazione a forma di ragazzo che aspetta
l'autobus con uno scolapasta in testa, come se il mondo fosse un posto
normale. Invidia.

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Montagna

Ho visto cascate di ghiaccio cadere immobili sul fianco della montagna,
sembravano sostenere tutto quel nero con il loro bianco silenzioso.
Ho sentito il vento sospingere dolcemente la macchina, trattenuta a stento
all'ombra del giorno mentre la strada accoglieva la mia velocita`.
Ho percepito il cielo sopra di me, grigio intaglio tra i picchi innevati,
piu' alto dell'alto a circondare il mio viaggio privo di soste.
Ho chiuso gli occhi per un istante, un istante soltanto, premendo sul pedale
ed ascoltando il rumore del motore lontano, da qualche parte.

Ancora una volta mi ha accolto, una volta ancora mi ha rifiutato.

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Mestieri

Un tavolino, un caffe', pausa inattesa prima di altro gesso.

"Prof, ma se lei non avesse studiato matematica, cosa le sarebbe
piaciuto fare nella vita?"
"Il muro."
"Il muro?"
"Si, il muro."
"Non capisco, prof."
"Hai presente quando la gente in difficolta' dice -non so dove
sbattere la testa-? Ecco, io farei il muro. Arrivo, mi metto li vicino
in silenzio e fornisco il posto dove sbattere la testa alle persone."
"Prof, ma e' serio?"
"Come ogni mattina in classe"
"Ah, ecco"

La campanella ci allontana dal resto.

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Di sera, improvvisa notizia

Ho appena saputo della morte di Wislawa Szymborska. Non ho cosa dire (se
mai l'ho avuto), continuero' a leggerla in classe come faccio da
anni, ma la voce sara' diversa, ora dobbiamo aggrapparci alle parole
che ci ha lasciato, perche' altre non ci saranno.


Sotto una piccola stella

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.Chiedo scusa alla
necessità se tuttavia mi sbaglio.Non si arrabbi la felicità se la
prendo per mia.Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia
memoria.Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni
istante.Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al
nuovo.Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.Perdonatemi,
ferite aperte, se mi pungo un dito.Chiedo scusa a chi grida dagli
abissi per il disco col minuetto.Chiedo scusa alla gente nelle
stazioni se dormo alle cinque del mattino.Perdonami, speranza
braccata, se a volte rido.Perdonatemi, deserti, se non corro con un
cucchiaio d'acqua.E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa
gabbia,immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso
punto,assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.Chiedo scusa
all'albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.Chiedo scusa alle
grandi domande per le piccole risposte.Verità, non prestarmi troppa
attenzione.Serietà, sii magnanima con me.Sopporta, mistero
dell'esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.Non accusarmi,
anima, se ti possiedo di rado.Chiedo scusa al tutto se non posso
essere ovunque.Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e
ognuna.So che finché vivo niente mi giustifica,perché io stessa mi
sono d'ostacolo.Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole
patetiche,e poi fatico per farle sembrare leggere.
Wislawa Szymborska

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Strade

Tutte le mattine, da diversi anni, percorro la strada che mi conduce
al quotidiano vivere quando ancora il traffico e' lontano, la citta'
e' silenziosa ed il giorno e' un'idea. Un lungo viale scortato da
alberi, neri d'inverno, gialli d'autunno, descrive la fine del
tragitto, una sequenza rettlinea che in questo periodo ha il sole
contro. E mentre la macchina avanza nel grigio asfalto, aggrappata
alla legge di gravita', io percorro un altro viale: i rami ritagliano
dal cielo sovrastante una strada invertita, un blu macchiato di rosa
ed arancio, a volte le nuvole a darne spessore, il resto lo fa la
mente. Ed e' in giorni come questi che il divario tra la strada reale
su cui la macchina insiste e la strada immaginata che accoglie
rovesciata la mia testa si fa ampio. Nonostante il rettilineo, mi
perdo.

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Classe

La sogno spesso, la classe degli studenti che non ho piu'. Si trova al
primo piano, davanti al grande albero che d'inverno ritaglia il cielo
in mille rivi neri. Nel sogno la luce entra sempre dallo stesso
angolo, la lavagna e' pulita, c'e' il silenzio dovuto ai ricordi.

C'e' S. che ho perso in una seconda professionale, chiedeva libri da
leggere, purche' non parlassero di matematica. L'ho riempito fino al
giorno in cui lo hanno spezzato ed e' tornato in Ucraina e mi ha
restituito i libri, senza che dicessi no, tienili tu. Non li ho mai
piu' aperti, quei libri, ma nel mio sogno e' in terzo banco dal fondo
e li legge di nuovo, S. Poi c'e' A., lo riesco a vedere in seconda
fila mentre incide le iniziali sul banco con il suo coltellino blu,
nel sogno mi chiede una penna per scrivere una storia, come quella
mattina di mille pioggie fa, prima che lo portassero via, di nuovo.
C'e' M., guarda sempre fuori dalla finestra e fa finta di non sentire
la mia lezione, silenziosa. Pero' sorride ogni tanto; nel sogno mi ha
perdonato, forse unico. C'e' N. che una volta ha preso dieci e non ci
credeva e lo ha voluto fotografare e quando gli ho detto che quello
era solo il primo, mi ha guardato in quel modo strano. Lui lo sapeva,
io no, che sarebbe finito in questa classe immaginaria. C'e' F. che ce
l'ha ancora con me, non mi parla nemmeno in sogno, sento il suo furore
nei silenzi che ora, come allora, mi regala. Provo a parlare,
dimenticando che in questa classe nessuno lo fa, nemmeno l'insegnante.
Allora li guardo, uno ad uno, ed attendo.

Quando suona la campanella sono ancora li, insieme a tanti altri volti
rimasti immutati. Nella vita reale chissa' dove sono, gli studenti che
non ho piu'. Nel sogno esco dall'aula sapendo che li ritrovero' tutti
qui, domani, ad aspettarmi. Un ultimo movimento della testa per avere
conferma; la lavagna e' ancora vuota.

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Consigli

Alcune semplici regole per un'interrogazione perfetta di Matematica

1. Spengete il cellulare prima di iniziare.
2. Togliete le cuffie dell'iPod dalle orecchie, o almeno abbassate il
volume. Ho detto di abbassare. Ma mi senti?
3. Evitate di salutare la classe andando alla lavagna come se fosse
l'ultima volta che vi vedranno. Magari e' vero, ma non si puo' sapere.
4. Non piangete, o fatelo di nascosto.
5. Ridete pure, se vi fa piacere. Tanto non sarete gli ultimi a farlo.
6. Cercate di scrivere sulla lavagna, possibilmente da sinistra verso
destra e dall'alto verso il basso. Evitate di usare il dito al posto
del gesso. E viceversa.
7. Di norma non usate emoticon sulla lavagna.
8. Quando cercate aiuto dai vostri compagni, evitate l'uso di
segnalatori luminosi e/o acustici, bandierine di segnalazione, walky
talkie, barattoli di latta collegati da spago incerato.
9. Non rispondete ad una domanda con la bocca piena. Finite di
masticare il panino e dopo rispondete.
10. Non vi pulite le mani (dall'unto del panino del punto 9) sulla
lavagna o sull'insegnante.
11. Non desiderate la domanda d'altri.
12. Evitate di usare l'alfabeto farfallino, a meno che non sia
l'insegnante ad usarlo per primo.
13. Di norma non conviene tenere armi in vista.
14. Appellarsi alla corte internazionale dell'Aia non sempre aiuta.
15. Aiutarsi alla corte internazionale dell'Appia invece si.
16. Se avete saltato il punto 1. e vi suona il cellulare nel mezzo di
una domanda, fate finta che non sia vostro e guardate un compagno a
caso (non sempre lo stesso) con aria di disapprovazione, scuotendo la
testa e sorridendo all'insegnante come per dire "sto cretino, lo
scusi". Nel frattempo cercate di eseguire un tardivo punto 1 senza
essere notati.
17. La dimostrazione "lo ha detto Chuck Norris" non vale in matematica.
18. Se il professore vi sta trollando, voi sfoderate la miglior poker
face di cui siete capaci.
19. La dimostrazione "lo ha detto lei" e' di solito apprezzata, ma
comunque non vale.
20. La dimostrazione "se hanno dato un nome a sto teorema, sicuramente
e' vero, non crede?" e' interessante, ma non vale.
21. Se non sapete la risposta, provate a riformulare la domanda
all'insegnante aggiungendo enfasi e punti interrogativi. Tipo:
"Parlami del teorema di Cauchy" .. "Le parlo del teorema di Cauchy?"
.. "Si, il teorema di Cauchy!" .. "Il teorema di Cauchy?" .. "SI!!" ..
"Si?" .. dopo un po' l'insegnante cambia domanda, di norma.
22. Ogni tanto guardate fuori dalla finestra con aria spaventata; non
sempre funziona, ma se l'insegnante si volta a guardare per
controllare, avete circa 3-4 secondi di tempo tutti per voi. Usateli
bene.
23. Evitate il punto 21. se l'aula e' sprovvista di finestre.
24. Se proprio dovete usare dei bigliettini, evitate di metterli in
posti troppo visibili. Tipo "Prof, scusi, mi regge questo cartello
mentre rispondo?"
25. Antitetica al punto 24, evitate posti troppo nascosti che vi
richiedano manovre azzardate per consultare i bieglietti. Per esempio
spogliarsi durante l'interrogazione per recuperare un bigliettino
inserito sotto la biancheria intima non e' considerato un buon inizio
di interrogazione.
26. Studiate prima dell'interrogazione. Se proprio non ci riuscite,
studiate dopo. Come ultima alternativa, studiate durante.

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Ad Hausdorff

"Nel momento in cui ricevera' queste righe, noi tre avremo risolto il
problema in altro modo".

Chissa' se quella sera, con il buio attaccato alle pareti della
cucina, hai ripensato alle righe inviate poche ore prima ad Hans
Wollstein. Chissa' se vi siete guardati negli occhi predisposti alla
stanchezza, se avete sorriso o pianto un'ultima volta, i bicchieri
nella mano. La citta' ha continuato ad ignorarvi, immersa nel freddo
dell'inverno, annegata come mezza Europa in una sospensione di tempo,
giudizi, azioni, reazioni. Hai prevenuto di poco l'inevitabile,
rinunciando ad un futuro incerto, scambiandolo con un attimo di lucida
e crudele consapevolezza. Su quel tavolo, in quegli occhi, nei tuoi
ricordi. Ti e' stata di conforto la tua matematica? L'ordine
familiare, le regole prevedibili del tuo mondo interiore? Quale
contrasto con il disfacimento che ti ha salutato, in quegli ultimi
mesi.

Ho parlato di te, stamane, ai miei studenti. Non per i teoremi che
portano il tuo nome, ma per ricordare, il giorno della memoria, la tua
ultima sottrazione. Questo e', io credo, il senso ultimo della
memoria; non mantenere in vita un ricordo sbiadito, un'idea ormai
lontana, una lista di nomi infinita, inutile. Non parole e gesti
talmente scontati ormai che rimangono un guscio vuoto di forma senza
sostanza. La memoria dovrebbe essere, prima di tutto, vita. Dovrebbe
prendere la forma, la memoria, del vivere quotidiano, secondo per
secondo, degli errori, delle parole, di tutti i piccoli gesti che
compongono le persone. Nessun treno ti ha portato via, ti e' bastato
un bicchiere. La memoria e' per me il diritto di parlare di te alle
mie classi, il diritto di guardarti morire, a distanza di anni.

Tutto quel che ci portiamo dietro lo daremo a qualcuno, come noi lo
abbiamo ricevuto. La memoria e' lo strumento del travaso, come imbuto
o damigiana. Noi siamo il vino.

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Ho sonno

Dal Dizionario delle Frasi Inutili.

"Ciao, ma sei gia' qui?". Dalla frase si deduce che l'interlocutore
effettivamente e' gia' li, altrimenti si sta parlando da soli. La
domanda quindi e' priva di risposta sensata (si provi con una risposta
tipo "no, devo ancora arrivare" per capire di cosa sto parlando).

"Ma non mi dire". Di solito la frase e' tardiva perche' nasce
dall'aver sentito quello che non si vuol sentire. E' dunque una
esortazione a non fare qualcosa che si e' gia' fatto. Temporalmente
quindi non torna, a meno di violare la struttura causale dello
spaziotempo.

"E' intelligente, ma non si applica". Ultima spiaggia dell'insegnante
devastato da ricevimenti infiniti, la frase nella sua essenza non
significa nulla, potrebbe essere tranquillamente sostituita con "E'
castano, ma ha le gambe corte" oppure dal sempre interessante "E'
calvo, ma ha la forfora".

"Come va?". La frase non e' automaticamente inutile, ma nella
stragrande maggioranza dei casi viene usata non perche' interessati a
sapere come va al nostro interlocutore, ma perche' vogliamo che lui o
lei chieda a noi come stiamo. Del tipo "Come va?" .. "Bene grazie, e
te?" .. "Eh insomma". E qui parte una biografia non autorizzata, di
solito, Per disinnescare la trappola, io da anni alla frase "Come va?"
rispondo "Ma non mi dire" (vedi sopra).

"Prof, ma questo lo mette nella verifica?". La frase e' normalmente
inutile, pero' di solito io apprezzo il tentativo.

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